Si parte

18 Febbraio 2008 Commenti chiusi

E si cambia casa…dico un ciao affettuoso al mio vecchio blog non perchè lo volessi abbandonare…ma perchè col tempo ha perso la sua semplicità di utilizzo e la sua immediatezza…grazie a tutti quelli che mi hanno letto e ascoltato…il mio nuovo blog :

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Buon Viaggio Enzo

6 Novembre 2007 Commenti chiusi

Ritorno a scrivere sul mio blog un po’ dimenticato per salutare un gigante del giornalismo italiano.

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Vacanze

27 Luglio 2007 Commenti chiusi

Ciao a tutti,sono stato lontano per un po’ dal mio blog causa studio e attività musicali,e purtroppo chi ne risente è il blog stesso,che devo anche imparare ad usare meglio,oltretutto,troppi cambiamenti in un colpo.

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Mogwai – Happy songs for happy people

29 Maggio 2007 6 commenti


Non è semplice descrivere a parole la musica dei Mogwai!
Vuoi per la natura quasi esclusivamente strumentale delle loro composizioni,vuoi per il loro giocare puramente sulle sensazioni e sulle immagini,ma è proprio pressoché impossibile descriverli.
Formatisi nel 1995,il gruppo scozzese è formato da Stuart Braithwaite (chitarra),Dominic Aitchinson (basso), Martin Bulloch (batteria) , John Cummings (chitarra) , Barry Burns (tastiere,flauto,chitarra),e prende nome dalle creaturine del film Gremlins ( do you remember?)
Il disco di cui voglio parlare è Happy Songs for Happy People,quello che viene in genere considerato come una svolta nella vita musicale del combo caledoniano, in quanto le gemme musicali presenti al suo interno vengono seminate un po? al di fuori dell?orticello del cosiddetto post-rock (mai parola riuscì a dire più cose e meno cose contemporaneamente) per proporre una musica eterea e strumentale,piena di spazialità e sensazioni!
La prima canzone del disco è Hunted by a Freak,la prima canzone dei Mogwai col quale io sia mai entrato in contatto,grazie al suo splendido,tristissimo video.
L?apertura del disco getta le fondamenta di tutto l?album?dilatati arpeggi di chitarra,suoni profondi e da claustrofobia sognante, il tutto messo insieme per creare salite e discese arditissime con vertici emozionali vorticosi e pieni di tensione , per quella che è di sicuro una delle migliori canzoni del disco.
Moses ? I amn?t avvolge col suo tappeto di morbide tastiere,suoni ammalianti e rumori sinistri,quasi un abbraccio?ma non saprei dire se prevale il calore dell?abbraccio o il freddo che ne sta al di fuori?
Kids will be skeletons è una lenta ma inesorabile salita che ha un suo inizio,un suo apice e una sua fine?.una vera e propria metafora musicale della vita?definita da suoni inenarrabili che strizzano a tratti l?occhio ai Sigur Ros.
Killing all the files è forse la canzone più orecchiabile del disco?ha una precisa struttura e si intuisce perfino un cantato reso inintelligibile mediante un vocoder che trasforma la voce in un suono completamente diverso?e il tutto fa gridare al capolavoro?dolcezza,amarezza,carezze,violenza,epicità e semplicità convivono nella stessa canzone in un lungo abbraccio commovente.
Boring machine disturb ha anch? essa un cantato che sussurra sotto un dominio di suoni elevatissimi che trasportano in alto fra nuvole spesse e sprazzi di cielo.
Ratts of the capital arriva quasi disturbante,ma resa dolce da un sottile vibrafono in sottofondo?uno snocciolare continuo e altalenante di suoni apparentemente destrutturati che infestano,rombano per più di otto minuti a tratti con delicatezza a tratti quasi con prepotenza per finire quasi in una stanza vuota e buia.
La successiva Golden Porsche appare messa apposta per tranquillizzare l?ascoltatore e consolarlo dalle angosce della canzone precedente.,mentre I know you are but what am I ? tradisce di nuovo una certa inquietudine con suoni quasi da carillon uniti a un pianoforte insistito e monotono (in senso buono)
Stop Coming to my house ha il compito di chiudere il disco e lo fa in maniera spettacolare,partendo quasi ai limiti della soglia di udibilità per crescere inevitabilmente,senza che quasi ci sia un limite?e alla fine?appare tutta la fragorosa dissonanza del disco con il titolo dell?album,grazie alla sigla degli Happy Tree Friends (i cartoni animati con animaletti dolci e simpatici che si massacrano a vicenda) che compare inaspettatamente negli ultimi secondi della canzone.
In effetti?il concetto base del disco non è molto diverso dal concetto di quei cartoni animati?forse giusto rovesciato.Allegria e tristezza mescolate assieme in un gioco quasi sadico!
Forse è rappresentato nel titolo e nel disco anche il gusto piacevole e a tratti felice di abbandonarsi per un po? ad una sana malinconia.
Ma per queste cose?dovremmo chiedere ai Mogwai stessi.

Il disco in fin dei conti è un colossale viaggio strumentale,da affrontare se si ha voglia,senza fretta,con pazienza.Le composizioni migliori sono senz?altro Hunted by a freak,Killing all the files e Rats of the capital ma riescono ad avere potenza e suggestione grazie anche a tutto il resto dell?album che riesce a sostenerle in un tappeto di suoni elegiaci. Consiglio vivamente!

OLSEN BJORNE LIVE!

15 Maggio 2007 5 commenti


19 Maggio 2007,ore 22.30,Fuori orario….Olsen Bjorne Live!

Primo Maggio a Porto Ferro

28 Aprile 2007 7 commenti


Ecco un bel concertino al quale assistere….perchè?
Suoniamo noi,gli Olsen Bjorne!

Jeff Buckley – Grace

20 Aprile 2007 12 commenti


Chiedo scusa per la mia prolungata assenza…sono successe un po’ di cose di cui non vale la pena parlare…che parli la musica.

Mi ricordo di tanto tempo fa,probabilmente studiavo alle scuole medie e girovagavo distratto fra l?inutilità della televisione,soffermandomi sui pochi canali a mia disposizione. Mi fermai su un video?l?immagine era probabilmente un po? disturbata ma i colori anomali del video erano perfettamente distinguibili e il sonoro ottimo?e sentii quelle note?quella voce che si inerpicava a mano a mano?più su?sempre più su?fino quasi a farmi perdere il respiro,a gettarmi nell?angoscia?quella voce fendeva l?aria e i corpi,toccando dentro?aspettai il nome?volevo solo sapere chi fosse,chi era quella persona che riusciva a cavare dalla sua voce delle note così impressionanti e piene di passione?aspettai?comparve la scritta:Jeff Buckley,Grace.
E fu così che nel mio lettore CD arrivò prontamente Grace (1995) di Jeff Buckley!
Ascoltare questo disco significa immergersi in una condizione profonda?amore,vita,morte,fede e spiritualità?tutto fuso in 10 brani dall?atmosfera sacra,brani sussurrati,arpeggiati,urlati e distorti?
Mojo Pin ha un inizio pefetto per portare i pensieri nel luogo mentale giusto per ascoltare tutto il disco?l?amore traspare in tutta la canzone,nei suoi aspetti più malinconici e a tratti nervosi?la voce di Jeff accarezza.
Ma tutta l?arte di Buckley viene sparata addosso a chi ascolta in Grace,dove tutte le contaminazioni musicali di Jeff raggiungono una quadratura pressoché perfetta,l?andamento inesorabile della canzone,l?arrangiamento ineccepibile,gli intrecci di chitarre,il ritmo percussivo e a tratti tribaleggiante,e su tutto una voce che prima sa cullare dolcemente,anche se con una certa inquietudine,per poi esplodere fragorosamente nel finale,esplodere fin dove non credevo si potesse arrivare…un?esplodere che tiene col fiato sospeso,mentre si viene inesorabilmente trafitti.
Last Goodbye ha l?ingrato compito di proseguire il disco?e ci riesce benissimo con un?atmosfera che non saprei esattamente definire,ma che è tipica del periodo della metà degli anni ?90,forse in parte figlia del fenomeno grunge,mentre nella canzone si fondono fiori,amore e fede.
Lilac Wine è una cover di Elkie Brooks anche se Jeff per cantarla si ispirò alla versione cantata da Nina Simone,ed è ancora una volta una canzone d?amore,intensa e spirituale,con un testo pitturato in maniera immaginifica e visiva.
So real ha un andamento strano ed è forse la canzone più peculiare del disco,con vari intrecci di voce,chitarre pulite o dissonanti!
La sesta canzone ha fatto gridare al miracolo molte persone,?Halleluja è il titolo.
E’ una cover di Leonard Cohen e nel disco è ridotta all?osso:una voce e una chitarra elettrica dolcemente arpeggiata che da sole riescono a tenere tutta l?atmosfera della canzone?è un qualcosa di strano,che ti può portare alle lacrime quasi,malinconia,tristezza,ma anche dolcezza e amore?il tutto condito con questa strana aria di sacralità?un brivido lento,lungo sei minuti?non credo di avere molte parole?ho solo una sensazione bellissima e fortissima quando quelle note escono dalle mie cuffie.
Love, you should?ve come over è una bella ballata,dolce e piena di lacerante sentimento devastato dalla separazione?lacerante soprattutto nel rumoroso finale dopo tanta precedente calma.
Corpus Cristi Carol è una canzone che ha un età considerevole dato che le prime tracce della canzone sono del 1504 (la canzone è di sicuro precedente) e l?autore originale è anonimo,benchè sia nota al pubblico la celebre versione di Benjamin Britten.Il concetto è lo stesso di Halleluja?una chitarra e una splendida voce intente a portarci fino ad età medievali con grazia e trasporto.
Il basso overdrivato e l?animosità dell?attacco annunciano l?arrivo di Eternal Life,che porta il suo carico di cupe riflessioni,di rabbia direi?forse l?unico episodio veramente arrabbiato di tutto il disco.
Alla atmosferica Dream Brother è affidato il compito di chiudere il disco,e lo fa in maniera ipnotica,con suoni meravigliosi che sanno circondare e sprofondare in una dimensione parallela ricca di atmosfere a misteriosamente etniche?si spegne tutto?lentamente?

Ascoltando questo disco non si può far altro che rimpiangere la morte di Jeff Buckley,avvenuta sul Missisipi,con delle inquietanti coincidenze con la morte del padre,il compianto Tim Buckley.
La sua carriera è stata breve ma intensa?l?unico album in studio fatto con lui(che suonava chitarre e tastiere,coadiuvato da Mick Grondhal al basso e Matt Johnson alla batteria,più altri musicisti:Michael Tighe,Gary Lucas,Loris Holland,Misha Masud e Karl Berger) ancora in vita.
E? un disco quasi religioso,profondo,con dei testi a tratti enigmatici?brillano dei capolavori come Grace e Halleluja, ma sono solo delle gemme in un disco che mantiene la stessa atmosfera (vagamente primaverile?o autunnale,ancora non so dirlo) dall?inizio alla fine,arricchito dalla pietra preziosa più rara la voce di Jeff,capace come poche altre di emozionare,tagliare,coccolare.
Un disco da ascoltare con calma e rispetto?come una preghiera!

P.F.M. – L’isola di niente

27 Febbraio 2007 33 commenti


L?isola di Niente è il quarto disco della P.F.M.,esce nel 1974 ed è il primo album registrato con l?ex bassista degli Area Patrick Djivas.
L?ingresso del nuovo componente porta componenti musicali nuove al sound della band,le musiche,le composizioni,si arricchiscono di nuove sfaccettature pur rimanendo salde nell?ambito della musica progressive.
Per molti versi è un disco modernissimo,la prima canzone che ci accoglie è la title track L?isola di niente.
Le voci del coro dell?accademia paolina di Milano introducono la cattiva entrata in campo della chitarra di Mussidda?i toni sono tesi e il ritmo imposto dal nuovo bassista è pulsante e vivo. In mezzo ai frequenti cambi di tempo e unisono di più strumenti assieme a tratti la voce appare volutamente dispersa in una valanga di suoni e di ritmi diversi. In dieci minuti la canzone cambia volto ripetutamente,passando dall?elettrico all?acustico,sempre con atmosfere suggestive e magiche,con alcune cose che potrebbero portare addirittura alla mente il Mike Oldfield di Tubular Bell.
Dopo dieci minuti di corse e rincorse le atmosfere malleabili e saponose di In my face on straight ci accarezzano per poi passare a ritmi vagamente jazzati dove si libera il flauto di Pagani in escursioni lisergiche. Ancora una volta brusche accelerazioni,interventi chitarristici di tutto rispetto,fughe improvvise sono all?ordine del giorno,il tutto con Pete Sinfield,l?ex guru e paroliere dei King Crimson in cabina di regia. Il finale è il regno di una delirante voce recitata che declama versi su un ritmo sincopato dove in precedenza si era lanciato Premoli in veste di fisarmonicista,dando comunque quel tocco di particolarità del tutto mediterranea alla canzone!
La Luna Nuova è forse la mia canzone preferita della PFM,soprattutto nella versione live!
L?inizio violinistico che poi sfuma nel sorridente moog di Premoli ci porta quasi in una festa campestre in tempi dispari del tutto particolare,che poi si evolve in un coacervo di ritmi che vanno dal mediterraneo al jazz,in fin dei conti potrebbe essere quasi quasi una prosecuzione di E? Festa (brano del primo disco Storia di un minuto).
L?unico inconveniente è forse che il miglior risultato in questo brano si raggiunge con la lingua inglese!
Mille e più immagini accompagnano la canzone,il finale è una vertigine in discesa,il fiato lo si tiene sospeso fino al sorprendente finale!
Dolcissima Maria è un brano dalla presa facile e di grande dolcezza,con un arrangiamento tutto sommato non banale nella sua semplicità!
Via Lumierè si apre con un saggio di indubbia bravura di Djivas,dotato di sicuro di un modo parecchio inusuale di suonare il basso?il resto della canzone è un propagarsi di contaminazioni e incubi,basti pensare al acid-jazz malato che ascoltiamo dopo l?introduzione mentre il violino di Pagani lacera le orecchie,tutto sembra essere lanciato in una gigantesca improvvisazione,comunque con i suoi cambi di tema perfetti e sognanti fino al glorioso e immaginifico finale che chiude l?album.

E? insomma un disco che conferma sempre di più la parentela coi mostri sacri d?oltremanica del progressive ma che conferma in egual maniera la deriva totalmente personale che la P.F.M. riesce a dare alla sua musica. In più c?è la presenza di quel gioiello che è La Luna Nuova, capolavoro della musica di ogni tempo.
Insomma?ascoltare per credere!

U2 – War

6 Febbraio 2007 6 commenti


Il bambino è cresciuto. Il bambino è cambiato. Il bambino è diventato cattivo.
Ha dovuto fare i conti con il mondo circostante,e il mondo circostante non è tenero,è sporco di fango,di sangue,e sul selciato sono rimasti per terra corpi che non si muovono più?gli occhi di quel bambino hanno visto e sono cambiati.
War colpisce visivamente,ancora prima che all?ascolto?si vede la copertina e si capiscono molte cose ancora prima di mettere il disco sul piatto dello stereo?uno sguardo a Boy,uno sguardo a War?si capisce immediatamente la parentela di sangue.
Ad un concerto nell?83 a Newcastle,Bono disse introducendo Surrender:

“Abbiamo fatto un disco che si chiama War, ma il tema del disco non è la guerra: è piuttosto la resa. Stiamo provando a parlare degli attriti e di quanto siano dannosi e di come pestino i piedi delle persone, e tutto sommato penso che la resa sia una sorta di principio, non solo una bandiera bianca? (da U2place.com).

Il tema dell?album è quindi chiaro e diretto,le parole del frontman dicono già tutto.
C?è sangue,c?è vita,ci sono urla che squarciano l?aria,che squarciano il disco fin dal suo principio.
Sunday bloody Sunday è così,l?incedere marziale,la batteria che batte il tempo di marcia mentre Edge libera la mente su uno dei riff di chitarra che fanno la storia,la voce di Bono che scalcia e graffia piena di dolore sull?avanzata inesorabile del basso di Clayton?tutto per una domenica sanguinosa domenica a Derry ,nell?Irlanda del Nord.
Era infatti Domenica 30 Gennaio 1972,quando l’esercito inglese apre il fuoco su una manifestazione pacifica?sul suolo restano 14 corpi freddi,e molti di più ancora saranno i feriti.
Le note cariche di tensione,le invenzioni con sapore celtico di Edge,accompagnano un testo carico di passione,creando un geyser emotivo di portata devastante?non credo ci sia da dire altro?l?ascolto vi dirà più di qualsiasi mia parola.
Le tentazioni tribaleggianti di Seconds ci portano in un ambiente di paura atomica,le chitarre sono acide e la voce di Bono ha quel modo di tagliare le carni che può traumatizzare?una canzone da trincea,da rifugio vero e proprio.
Poi arrivano note di piano su un?atmosfera fredda pulsante di timore?New Year?s Day sembra quasi sorgere dalla tundra,o se volete dalle fredde temperature polacche?è dedicata a Solidarnosc,il sindacato polacco condotto da Lech Valesa che era stato chiuso dal governo nel Dicembre dell?81,prima di capodanno.
Il tappeto di basso è il terreno ideale per tutte le idee di Edge,che fa urlare e piangere la sua chitarra,la fa correre appresso al ritmo,dando colori malinconici ad una canzone già di suo piuttosto amara?secondo il mio parere personale in questa canzone c?è uno dei migliori assoli di chitarra di Edge?lancinante e melodico al punto giusto.
Like a song indaga le piccole o grandi guerre della nostra vita,una canzone che ha l?aspetto di una corsa,una galoppata inarrestabile fra salite e discese. Non dà respiro,va avanti fino al tambureggiante finale lanciato verso l?ignoto!
Drowning man ha un?atmosfera vuota che viene riempita dalle invenzioni chitarristiche di Edge (tanto per cambiare) e dallo strapotere della voce di Bono che sprofonda negli abissi e si inerpica ad altezze in erpicabili,fra citazioni bibliche e parole di affetto verso qualcuno che sta vivendo un brutto momento e non riesce a tirarsi su?a quanto pare è una canzone dedicata ad Adam Clayton.
Gli attimi finali della canzone regalano anche dei dolci violini che accarezzano padiglione e cuore!
The Refugee è urlata ,i ritmi tornano tribaleggianti (anche se una certa ritmicità si sente in realtà in tutto l?album),tentazioni di fuga,di emigrazione,di posti migliori,dove non ci siano guerre.
Da l?idea di un cuore che batte disperatamente per vivere.
Two hearts beat as one è una semplice canzone d?amore che Bono dedica alla sua mogliettina (l?ha scritta durante il viaggio di nozze),musicalmente è la classica battuta di batteria di Larry Mullen Jr. unita agli accordi stoppati di Edge.
Red Light ha in sé l?urbanità è l?amarezza di una storia non molto felice?un ragazzo è innamorato di una prostituta?la trovo una canzone molto da suburbio e ha delle novità per un disco degli U2,voci di donna e una tromba che attraversa la canzone dalla sua metà in poi.
Una certa atmosfera di città si respira anche in Surrender,che ha per protagonista una ragazza non integrata nella società che viva per la strada?la canzone dispensa sirene e carezze,amaro e dolce,sembra quasi viva sui contrasti,contrastano anche le chitarre fra di loro e contro la voce principale mentre tutto si scioglie nel finale corale e inaspettato in un crescendo emotivo senza vie di fuga.
Ed è ad un salmo che è dedicato il finale del disco,?40??una canzone nata quasi per caso,alla fine delle sedute di registrazione.
Tutto è perfetto nella sua immediatezza?lo splendido lavoro del basso,le poche note di chitarra ben somministrate nei punti giusti,gli splendidi incroci vocali?ancora una volta non credo di poter spiegare?è semplicemente una carezza continua,una voce di resa stanca e di speranza,un sospiro leggero e delicato.
Silenzio.
Fine.

War è innanzitutto un disco molto ritmico in quasi ogni sua parte, ha un inizio e una fine perfetti (?40? è usata come chiusura dei concerti),e in mezzo tante gemme di strepitosa bellezza nonché qualche stranezza che inizia a discostarsi dai classici U2.
Una cosa che colpisce è come l?atmosfera e la tensione del disco rimangano invariate nonostante le canzoni abbiano a tratti colori contrastanti tal?ora perfino al loro interno?i paesaggi cambiano,dalla città irlandese a boschi freddi e innevati,e il tutto con la stessa atmosfera.
Insomma,il seme lanciato con Boy è già diventato una pianta matura!

Questi ultimi due articoli dedicati agli U2 sono dedicati a Monica che ha risvegliato la mia curiosità verso questi 4 giovanotti irlandesi!
Se lo merita in quanto una delle ragazze più sapienti in campo musicale che abbia mai incontrato:-)!

U2 – Boy

13 Gennaio 2007 6 commenti


Ed era l?Ottobre del 1980!
La spietatezza disco e commerciale aveva già preso slancio dalla fine degli anni ?70 e le immondizie musicali (di Battiatesca memoria) oramai iniziavano già ad intasare le orecchie di tutto il mondo.
Ma questo non andava bene a quattro ragazzi irlandesi guidati dal signor Paul Hewson,ragazzotto dalle idee chiare,con un forte spirito di ribellione e una voce inusuale,capace di colpire,tagliare,squarciare,accarezzare!
Per gli amici era ed è semplicemente Bono Vox!
Dietro di lui il motore ritmico della band Lawrence Mullen Jr. e Adam Clayton,rispettivamente alla batteria e al basso,imprimono un sound anomalo,difficilmente confondibile!
I suoni che risaltano provengono tutti da una chitarra,forse una delle chitarre più caratterizzanti e vincenti di tutta la storia della musica,le mani che agiscono su tale strumento sono di Dave Evans?chiamato The Edge, per via della sua testa appuntita a quanto pare!
Insieme sono semplicemente gli U2!
Questi quattro irlandesi mettono su una band,nessuno di loro ha particolari capacità tecniche,ma ognuno di loro ha una particolarità nella maniera di usare il suo strumento(questo discorso valga anche per la voce) e il mix è qualcosa di inascoltato prima!
Boy,questo è il titolo del disco,e già la copertina è in grado di colpire?lo sguardo di quel bambino,diretto verso di noi,quell?espressione un po? triste?ci dev?essere qualcosa in quel disco di interessante!
La registrazione non è perfetta.ma traspare tutta la potenza e la passione
L?apertura è senza dubbio uno degli esordi più sconcertanti della storia della musica?una chitarra overdrivata nel vuoto?uno xilofono?l?entrata di basso e batteria?il primo pianto degli irlandesi è un urlo che squarcia aria e orecchie,l?incedere inarrestabile della canzone è devastante,la chitarra di Edge luccica e sfolgora mentre la voce di Bono,trascinante e apocalittica risalta su tutto!
I will follow è uno degli esordi più incredibili della musica!
Un esordio carico di dolcezza fra l?altro?la canzone è dedicata alla madre di Bono,morta sei anni prima.
Un misto di rock,new wave e passaggi di origine irish si fondono con i testi di Bono,a tratti di difficile comprensione,a tratti chiarissimi?il tema generale del disco è la crescita,quel passaggio dall?infanzia all?età adulta?il tutto condito con forza e grande atmosfera.
Dopo i proclami di I will follow arriva Twilight,martellante ma ipnotica,con le sue aperture improvvise e le autentiche sinfonie chitarristiche di Edge,articolata e turbante?l?uomo e il bambino si incontrano ma sono la stessa persona?gli anni passano anche per i bambini!
An cat dubh è disturbante e claustrofobica all?inizio?lo sciogliersi del ritornello contrasta con le chiusure della strofa.
Sulla scia di An cat dubh(immagino sia gaelico) si propaga Into the heart,canzone che potrei definire dolce?ma non è una dolcezza immediata e comprensibile.
Out of control sembra un treno lanciato in corsa?veloce e arrotolata,soprattutto grazie ai gichi di voce che Edge e Bono imbastiscono?e ancora una volta le chitarre sorprendono per bellezza e novità!Stories for boys prosegue sulla stessa direzione,impetuosa, quasi di stampo Cure!
The Ocean è lenta e suggestiva,poche cose,ognuna al suo posto perfetto,poco più di un minuto di grazia,leggerezza e intensità!
A Day without me è quasi un tributo a Ian Curtis,leader dei Joy Division (grandissimo gruppo?ne parleremo prima o poi),ed è comunque in qualche maniera una canzone sul suicidio.
Another time,another place segue l?ormai evidente stile U2?The Electri Co. è furiosa e veloce,piena di sincopi e mal di pancia!
Shadows and tall trees ha il compito di chiudere l?album con suoni d?atmosfera,un andamento a tratti tribaleggiante,a tratti semplicemente dolce?quasi imperscrutabile ,un testo evocativo e pieno di immagini?un piccolo grande capolavoro!
Da quel giorno di Ottobre la musica dovrà fare i conti con un nuovo fenomeno.
Una musica mai sentita,ritmi anomali,suoni di chitarra mai pensati,composizioni originali e testi profondi con alcuni tratti piuttosto ermetici?atmosfere dai tratti glaciali e invernali,riverberati,come da stanza vuota?forse non il miglio disco degli U2,ma di sicuro uno dei vagiti più assordanti della storia della musica!